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Il Museo >> Sala 8 Ritrattistica in marmo eta romana
Gli scavi di Scolacium hanno restituito un alto numero di sculture di marmo, importanti in quanto testimonianza artistica della vita della Calabria di età romana e significative per ricostruire la storia di Scolacium stessa, della sua politica interna e dei suoi rapporti con Roma. Si rileva, in primo luogo, la presenza di un folto gruppo di statue di togati, tipologia legata per sua natura alla realtà politico-amministrativa della città; l’immagine del togato, simbolo del cittadino romano, veniva utilizzata sia per raffigurare i membri della famiglia imperiale sia per i privati, in quest’ultimo caso l’esposizione in aree pubbliche era finalizzata ad onorare quei cittadini che avevano acquisito particolari benemerenze nei confronti della città stessa, ad esempio per episodi di evergetismo, come la costruzione o il restauro di strutture di pubblica utilità. Per quanto riguarda i contesti di provenienza all’interno della città, è possibile distinguere le statue rinvenute nella zona del teatro dall’insieme, più numeroso, trovato durante gli scavi nel Foro.
Dal teatro provengono una statua caratterizzata dalla toga exigua databile nell’età tardo repubblicana (I sec. a.C.) e una statua togata di grandezza superiore al vero, databile per la foggia della toga nella prima metà del I sec. d.C.: esse dovevano far parte dell’arredo della scaenae frons (parete scenica) e sono da interpretare come immagini di cittadini illustri di Scolacium, che rivestivano un ruolo pubblico per la città e che verosimilmente avevano avuto una funzione importante nella storia dell’edificio teatrale.



All’interno del gruppo dei togati rinvenuto nel Foro si segnalano una seconda statua con la toga exigua di età repubblicana e una statua con l’ampia toga di I sec. d.C., perché ad esse sono pertinenti altri due dei ritratti rinvenuti, di cui uno di un personaggio privato conservato solo in parte e rilavorato nel III sec. d.C., l’altro raffigurante un principe giulio-claudio, probabilmente Germanico. Non è certo se i ritratti fossero inseriti in quelle statue sin dall’origine o se siano stati montati su queste ultime in una fase di riutilizzo, da porsi in relazione con la collocazione delle medesime all’interno del cd. edificio celebrativo’ del Foro.
Si richiama poi l’attenzione sulla statua togata con cornucopia, che rappresenta il Genius Augusti, la personificazione dello spirito guida dell’imperatore: la statua si riferisce ad un culto legato alla figura imperiale istituito nel 12 a.C. ed è di particolare rilevanza anche per la rarità delle figure del Genius realizzate a tutto tondo.
Infine si segnala una statua miniaturistica maschile, sempre abbigliata secondo i dettami della moda  giulio-claudia, unico rinvenimento dalla porticus meridionale della piazza.
All’interno del ciclo statuario scolacense un valore particolare assumono due statue femminili dal Foro, realizzate con marmi insulari greci.
La prima, panneggiata, permette di trarre utili informazioni su alcuni aspetti della propaganda imperiale. Rappresenta una figura in posizione stante secondo uno schema sinuoso, accentuato dalla forte flessione della gamba sinistra e dalla torsione del busto. La figura indossa una lunga veste (chitone) ed un mantello (himation) drappeggiato intorno al corpo con pieghe sottili, rese in modo da accentuare la trasparenza e la leggerezza della stoffa.
Gli attributi trattenuti nella mano sinistra -  papaveri e spighe di grano - e quello che doveva essere nella destra ora perduta, una torcia, permettono di riconoscervi una raffigurazione della dea Demetra (secondo il modello greco)/Cerere (secondo il modello romano).
La statua è interpretabile come una realizzazione di età romano imperiale, probabilmente di epoca adrianea (prima metà del II sec. d.C.), che ripropone un modello del IV sec. a.C., attribuibile allo scultore Prassitele o alla sua cerchia, che è da collegarsi a sua volta con l’immagine di una delle divinità eleusine, appunto Demetra e Kore.
Con grande probabilità la statua di Scolacium rappresenta una principessa della casa imperiale raffigurata in veste di Demetra/Cerere; tali connessioni tra donne della dinastia regnante e divinità venivano realizzati con intenti celebrativo-propagandistici: nel caso in esame, il richiamo a Demetra/Cerere alludeva alla prosperità dell’impero, ottenuta tramite l’abbondanza delle produzioni agricole (il grano, di cui Demetra/Cerere era la divinità tutelare) e la fertilità della famiglia romana, sancita dalla medesima dea, che sovrintendeva anche al vincolo matrimoniale, e celebrava, di conseguenza, il potere della famiglia imperiale.
Quanto alla sua collocazione originaria, la statua, rinvenuta negli strati di aratura soprastanti il cosidetto Sacello-ninfeo, poteva essere collocata all’interno di quest’ultimo, secondo un uso frequente per queste statue, oppure far parte dell’arredo di uno degli edifici pubblici soprastanti il Decumano.
L’altra statua, rinvenuta nel 2009 su crolli di strutture, al momento del rinvenimento si presentava in buono stato di conservazione, priva solo della testa, delle braccia e del piede sinistro. Di notevole fattura, rappresenta una figura di grandezza superiore al vero (altezza conservata mt. 1.63) stante sulla gamba sinistra, mentre la destra è flessa, divaricata e con il piede leggermente arretrato.
Essa indossa un chitone aderente con le maniche, allacciato sulle spalle mediante tre piccole borchie e sobriamente panneggiato scolpito con particolare perizia per renderne la morbidezza e trasparenza; il cinto sotto il seno è costituito da un laccio annodato al centro e con le due estremità incurvate  a festoncino ai lati del nodo. Le pieghe tra i seni scendono dai lati del collo convergendo a V sul nodo, sotto cui formano punte lanceolate. Il chitone è visibile nuovamente quasi sopra le caviglie, con pesanti pieghe profondamente incise. Sopra il chitone la figura indossa un mantello (himation) che poggia sulla spalla sinistra e scende come uno scialle sul dorso e copre poi l’anca e la coscia sinistra, mentre sul davanti copre solo la zona sotto l’addome e giunge fin quasi alle caviglie. Il braccio sinistro, ripiegato in avanti, reggeva la cornucopia, di cui rimane una piccola porzione centrale. Il braccio destro, invece, in parte disteso lungo il fianco, forse protendeva l’avambraccio in avanti, magari recando la mano destra una patera o altro attributo tipico della divinità. Particolare cura si nota nella resa delle superfici e di particolari anatomici nonché, per quanto conservato, dei riccioli della capigliatura che incorniciano il collo, mentre la parte posteriore della statua, più sommaria, indica che era stata prodotta per ammirarla frontalmente.
   I resti della cornucopia permettono di attribuire la statua scolacense al tipo della Fortuna/Annona/ Abundantia (il cui antecedente più illustre di età greca ellenistica è l’immagine di Berenice moglie di Tolomeo III Emergete d’Egitto) e, considerata la posa, il confronto più immediato, pur con alcune differenze nei particolari dell’abbigliamento, è costituito dalla Fortuna di Fano (PU). La schema iconografico della figura ed alcuni particolari ricordano la statua di Talia (musa della commedia) dal teatro di Ferento che, al pari di soggetti analoghi, per la resa e il ritmo della figura rimandano ad opere greche tardo-classiche o del primo ellenismo (per es. la Themis di Ramnunte, in Attica) da cui i romani mutuarono il tipo adoperato per muse ed altre personificazioni (Fortuna, Igea…)
La scomparsa della testa non permette di chiarire se si tratti di una rappresentazione ideale e generica della divinità o, piuttosto, secondo consuetudini tipologiche ed ideologiche della cultura propagandistica imperiale romana, un membro della dinastia regnante (come nei famosi casi della statua di Livia/Fortuna  o quella da Afrodisia di Agrippina Minor che così effigiata incorona il figlio Nerone).