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Il Museo >> Sala 5 Il Teatro
L’esistenza di un teatro nella città romana, già segnalata da viaggiatori stranieri nel XVIII secolo (in particolare Jean-Richard abate di Saint-Non), venne evidenziata nel 1965 da personale della Soprintendenza calabrese e diede l’avvio a ricerche sistematiche che si protrassero fino al 1975, permettendo la parziale scoperta dell’edificio teatrale e dei suoi elementi decorativi scultorei (cornici, colonne, capitelli, statue e ritratti).
Nel 2001 e nel 2008-2009 nuovi scavi hanno consentito di definirne l’assetto planimetrico, l’evoluzione e le modalità costruttive.
Il Teatro di Scolacium fu edificato nel settore sud-occidentale del centro urbano, a monte del Decumanus Maximus, secondo norme di localizzazione codificate anche nel testo di Vitruvio. Il complesso, orientato con l’edificio scenico grossomodo parallelo alla vicina linea di costa e con la cavea (l’insieme della gradinate dell’edificio) rivolta a est/sud-est, risulta ruotato di 16° rispetto all’assetto viario della Scolacium tardo-repubblicana e imperiale. Il monumento si presenta oggi come uno degli esempi più notevoli tra i teatri di età romana in Calabria (Thurii-Copia, Vibo Valentia, Gioiosa Jonica, Locri Epizefiri), per la sua ampiezza e per la sua sontuosa veste architettonica.
L’edificio fu dotato di una cavea perfettamente semicircolare. Essa, appoggiandosi al fianco della collina, appartiene al tipo delle strutture c.d. miste, quelle per le quali il parziale sfruttamento del pendio è abbinato a sostruzioni in muratura, secondo una prassi diffusa nel mondo romano e consigliata anche da Vitruvio. Le strutture esplorate fino ai livelli di fondazione risalgono esclusivamente al periodo romano e sembrano relative a tre diverse fasi costruttive.



Nella prima fase, di età tardorepubblicana, fu costruito un edificio di dimensioni ridotte la cui cavea, con diametro massimo di m 45, era ripartita in due settori (maeniana): quello inferiore distinto in cinque cunei ai quali si accedeva dal corridoio (praecinctio) attraverso sei scale (scalaria); quello superiore diviso in quattro cunei da cinque scalaria e separato dal precedente da un secondo corridoio.
La cavea era organizzata intorno all’orchestra, anch’essa di forma semicircolare, con il diametro di m 12,05. L’orchestra era pavimentata in spesse lastre di calcare locale e comprendeva, sul margine esterno, tre bassi gradoni leggermente inclinati, racchiusi da uno stretto cordolo. Si trattava della fascia destinata ai subsellia, cioè sedili mobili in legno riservati ai maggiorenti della città, secondo una tradizione ricordata anche da Vitruvio. A questa fase corrispondono le costruzioni dei due accessi imponenti (aditi maximi), realizzati in opera quadrata con volta a botte (confornicatio) e sui quali si sviluppavano i due settori delle tribune per i posti d’onore (tribunalia).
Questa prima fase soppiantò, forse, un edificio sacro dedicato a Fors Fortuna, costruito in pietra locale, con trabeazione dorica. I pezzi, smontati e in parte tagliati e rilavorati, furono riutilizzati nei vari rifacimenti del Teatro. Particolarmente significativa in tal senso è un’iscrizione, che ricorda la dedica a Fors Fortuna (v. infra), scolpita su un blocco di pietra reimpiegato nelle strutture dell’aditus maximus meridionale del complesso.
La seconda fase, di età giulio-claudia (I secolo d.C.), è segnata da una monumentale ristrutturazione e da un notevole ampliamento dell’edificio (con la cavea che arriva ad avere m 64 di diametro), con modifica sostanziale dell’assetto e dell’organizzazione dei percorsi funzionali. A questo momento è da ricondurre la realizzazione di tutte le murature in opus reticulatum (dal reticolo che formavano le pietra inserite nel paramento murario). Nella parte alta della collina, alle primitive gradinate sarebbe stato aggiunto tutto il settore superiore, comprendente la summa cavea, le due cryptae sottostanti e un corridoio, verosimilmente voltato e chiuso, che collegava i vani di servizio e accoglienza al pubblico (alae della cavea) tra loro e dal quale si accedeva ad un livello superiore, ove era l’ingresso ad un vano quadrangolare (porticus in summa gradatione).
Al dato archeologico si aggiungono, a conferma della cronologia di questa fase, i documenti epigrafici che si riferiscono a due diversi interventi: uno, iscritto sulla cosiddetta ara «Mazza» (v. infra) e della scena ad opera di un notabile locale, Q. Patulcius o Patulcianus (v. infra). La fonte farebbe supporre che intorno alla prima metà del I secolo d.C. la scena venisse riorganizzata per essere adeguata alle nuove dimensioni del monumento.
L’edificio scenico presentava il muro del palco (pulpitum), dove recitavano gli attori, alto circa 1 m, un canale con basamenti quadrangolari per il funzionamento del sipario (auleum), una cavità (hyposcaenium) munita di canaletta per lo smaltimento delle acque meteoriche (altri tratti di canalizzazioni in laterizi sono stati individuati nel corso di recenti saggi di verifica), coperta con tavole di legno che costituivano il palcoscenico vero e proprio (proscaenium). Ad esso gli attori accedevano tramite porte comunicanti con i corpi turriformi dei parascaenia, in cui erano posti i servizi del teatro, compresi quelli per gli attori.
Tra i due parasceni si svolgeva l’imponente quinta della scaenae frons, a due ordini sovrapposti, che fungeva da fondale fisso per le rappresentazioni teatrali. Essa era riccamente decorata con nicchie e colonne che inquadravano tre esedre, di cui la centrale più ampia (valvae regiae) e le laterali più modeste (valvae hospitalium). Tutta la struttura era coperta da un tetto con travature lignee ed elementi in terracotta (tegole e coppi) integrati da antefisse a palmetta.
Dall’area della cavea, dell’orchestra e della scena sono venuti alla luce molti resti di statue marmoree. Tre, tra queste, sono riferibili con ogni probabilità alla decorazione centrale della scaenae frons: una statua di personaggio barbato in seminudità eroica e due togati da collegare ad illustri cittadini benemeriti per donazioni o restauri dell’edificio teatrale.
Al II secolo d.C. risalgono ulteriori rifacimenti della struttura teatrale, che però non modificano di molto l’assetto definito nella prima età imperiale. La cavea rimane sostanzialmente invariata e con una capienza massima stimata di circa 3500 persone. Interventi ristrutturativi interessano invece la scena e i parascenia, ricorrendo alla tecnica testacea (cioè con mattoni cotti).
Con la seconda metà del IV secolo il teatro termina di essere attivo come monumento pubblico, si pensa a causa di un terremoto i cui segni sono ancora evidenti nelle strutture murarie. In seguito, mentre la parte bassa (ima cavea) era ormai interrata, la media e la summa cavea furono spoliate dei blocchi delle gradinate e vi si insediarono alcune abitazioni facenti parte del nuovo abitato di Scolacium tardo-antica e bizantina (ricordato da Cassiodoro), abbandonato nei primi anni del VII secolo d.C.