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Il Territorio
 

 

Borgia




Borgia è una cittadina della Provincia di Catanzaro, posta su un altopiano collinare a 341 metri s.l.m. e si estende sulla zona precolinnare e sulla fascia costiera affacciata sul Mar Ionio.
Nella località costiera oggi detta Roccelletta, tra il VII-VI sec. a.C. venne fondata la colonia greca denominata Skylletion e, successivamente, nel 123/122 a.C., i Romani vi dedussero la Colonia Minervia Scolacium. L’occupazione del territorio, tuttavia, è antecedente all’arrivo dei greci, come testimoniano i numerosi reperti di età preistorica e protostorica rinvenuti a mezza costa. Il villaggio di Palagorio era probabilmente costituito da popolazione indigena, dedito all’allevamento e alla pastorizia.
Nel corso del XVI secolo gli abitanti di Palagorio, a causa delle incursioni turchesche, trovandosi in posizione mal sicura, non avendo essa né fortificazioni né barriere difensive naturali, furono costretti ad arretrare in un sito più interno e dal quale fosse possibile controllare la costa ed il territorio circostante. Fu così che nel 1547, con la concessione delle terre in località Ventolani-Crocelle (oggi Dirupi) ad opera di Giovan Battista Borgia Principe di Squillace, sorse il casale di Borgia.
Quest’ultimo venne radicalmente distrutto nel corso dell’Iliade funesta calabrese, ovvero lo spaventoso terremoto del 1783 durante il quale fu «rovesciata dalle fondamenta, dilamandosi parte della collina su cui poggiava e fendendosi il suolo in modo che non vi si può a niun patto riedificare. […] di duemila 636 Abitanti vi perirono 143 Uomini 118 Donne e 70 Ragazzi, oltre a 300 Bestie da soma».(Vivenzio 1788).
Nel 1784, su indicazione del Vicario Generale, il Re Ferdinando IV di Borbone istituì nella provincia di Calabria Ultra la Giunta di Cassa Sacra, con sede a Catanzaro,per la ricostruzione dei centri distrutti dal terremoto. Borgia fu indicato come paese interamente distrutto da riedificarsi in sito diverso. Quest’ultimo fuindividuato in località Crocelle. Il progetto della pianta della nuova terra di Borgia venne disegnato dall’architetto Vincenzo Ferraresi, che operò un progetto “avveniristico” per quell’epoca in Calabria che permise, almeno nelle intenzioni, l’applicazione su larga scala delle teorie razional-funzionalisste che nel corso del Settecento si erano andate sviluppando, senza però sfuggire alla suggestione dell’impianto urbanistico romano basato sugli assi ortogonali (Cardo e Decumano), codificato da Vitruvio nel De Architectura e alla concezione urbanistica greca introdotta nel V sec. a.C. da Ippodamo di Mileto. L’impostazione originaria data alla nuova Borgia si è trasmessa fino ad oggi; spesso studiata nelle università nei corsi di urbanistica come esempio da seguire per la realizzazione di un moderno centro urbano, anche se il collegamento tra attività produttive e strutture urbane, fulcro dell’intervento illuminista, non venne mai sviluppato.


Catanzaro




Catanzaro (89.364 abitanti, censimento 2011) è la Città Capoluogo della Regione Calabria. Situata strategicamente nell'omonimo istmo - il punto più stretto della Penisola, appena 35 chilometri dalla costa jonica a quella tirrenica - è importante centro direzionale, commerciale e culturale, ospitando considerevoli funzioni amministrative di livello regionale.
E' sede, come detto, del Governo della Regione Calabria, della I Corte d'Appello, dell'Ufficio scolastico regionale, del Comando Regionale Militare e della maggior parte degli uffici con competenza sull'intero territorio calabrese. Catanzaro è, dal 1982, sede universitaria statale (anche se nei secoli precedenti all’unificazione italiana era già sede di scuole universitarie). Il suo ateneo, denominato "Magna Grecia", è imperniato sulle facoltà principali di medicina, farmacia e giurisprudenza, nonché su numerosi e innovativi corsi di laurea. 


E' sede di Arcidiocesi Metropolìta. La Città è dotata di importanti e moderne strutture culturali, come il nuovo Teatro Politeama, progettato da Paolo Portoghesi; l'area museale del complesso monumentale del San Giovanni, sede di importanti mostre; l'Arena all'aperto "Magna Grecia"; nonché dell’Auditorium “Casalinuovo”.
Affacciata sul mare Jonio (vanta circa 8 chilometri di spiaggia e un porto peschereccio), Catanzaro è limitrofa al Parco archeologico di Scolacium.

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Soverato:



Dal punto di vista storico, Soverato, sorge sul territorio che, a suo tempo, si dice sia stato occupato da un villaggio a cui la tradizione erudita locale ha attribuito il poleonimo, attestato solamente per il secolo XVII, di Poliporto, toponimo a cui sono stati attribuiti varie interpretazioni. Il nome Suberatum fu dato al villaggio, a seguito della ricostruzione sulla collina sovrastante la costa, durante il X secolo d.C. Pochi sono i documenti esistenti relativi alla cittadina di Soverato ma, fondamentale, è un testo storico che registra la presenza di un mulino all'interno di un territorio denominato Suberati. Durante gli anni il nome modificò per raggiungere l'attuale forma. Tra i tanti nomi attribuitigli ricordiamo Sughereto, Sovrato e Subrato. In riferimento al nome odierno, si ritiene che coloro i quali attribuirono questo nome al villaggio presero spunto dal grande numero di alberi da sughero presenti nel territorio.

Altre ipotesi, molto fantasiose, sono prive di fondamento e quindi vengono scartate. Nella parte alta della città restano dei ruderi della città che viene chiamata Soverato Antica o "Soverato Vecchia". Si tratta di un abitato che fu distrutto dal Terremoto del 1783 che colpì il sud Italia. In realtà si trattò di una serie di terremoti che ebbero inizio il 5 febbraio 1783 e a cui seguirono più di 900 scosse fino al 28 marzo 1783. La scossa che recò maggiore danni a Soverato Antica, secondo alcuni studi, risale al 28 marzo 1783 ed ebbe epicentro fra i Comuni di Borgia e Girifalco. Soverato "da vedere" offre anche una serie di opere di altissimo contenuto storico come ad esempio la Pietà del Gagini (1521) oppure il borgo antico - sopra descritto - denominato "Soverato vecchio". È stata dichiarata città dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone nel 1974.
Il 9 settembre del 2000, una disastrosa alluvione colpì la parte nord di Soverato, facendo straripare il torrente Beltrame, distruggendo il Camping "Le Giare" e provocando 12 morti e 1 disperso.


San Martino di Copanello




L'analisi stratigrafica delle strutture murarie superstiti ha permesso di stabilire tre fasi di costruzione. Ad un periodo tardo antico relativo al triconco identificabile con un mausoleo, è seguito, alla metà del VI sec., un riutilizzo del triconco stesso con la navata relativa; ad una fase contemporanea si riferisce la costruzione degli ambienti di Sud-Est. In un secondo tempo, a causa forse di una distruzione violenta (fine VI-inizi VII), i muri vengono rialzati, la navata meridionale viene trasformata in vano d'accesso per i devoti e pellegrini, non comunicante con l'aula ecclesiale ma con il nartece, e l'ambiente di Sud-Est si sviluppa in relazione ad un culto funerario. L'VIII secolo vede una ristrutturazione interna del coro. L'ultima fase è caratterizzata dalla presenza di murature di tegole, con le quali viene inoltre ampliata l'area Nord con una nuova navata comunicante con quella centrale. L'edificio, del quale si conserva poco più che le fondazioni, venne considerato più come documento delle fondazioni monastiche di Cassiodoro che come monumento architettonico valido in sé. La struttura si presenta a tre navate, con nartece e trichora absidale, affiancata a sud da un piccolo vano, con un sarcofago con graffiti bizantini. Per tutto l'insieme è costante la presenza di laterizi romani di spoglio ed elementi lapidei, legati con letti di malta di spessore irregolare, e da ciò si evidenziano tre tipi di struttura: Tipo A: trichora. Pietrame sbozzato e laterizi di impasto. Tracce di intonaco. Tipo B: Aula, ambienti che l'affiancano, nartece. Pietrame grezzo misto e laterizi d'impasto e spessori diversi. Tipo C: ambienti annessi a Sud-Est. Tecnica scadentissima che lega materiale lapideo non sbozzato.


Squillace




 La  storia di  Squillace, amena cittadina posta a 350 metri  s.l.m.,  è storia   annodata alle più grandi  civiltà  del  bacino del Mediterraneo : quella greca, quella romana, quella bizantina e araba.  Dopo  il Mille, poi, la conquista normanna, quella sveva  e aragonese, la dominazione dei Borgia, fino al 1735, hanno marcato la cittadina indelebilmente non solo  nella  struttura   urbanistica  e  nelle  testimonianze  artistiche, ma anche nella  storia  religiosa, culturale, economica  e sociale.  La Skilletion, colonia magno greca  dell ’ VIII secolo a. C., posta  sulle rive dello  Ionio, fu fiorentissimo centro  dell’Istmo calabrese e con  altre colonie magno greche, come  Locri, Kroton, Sibari, Hipponion,  sviluppò una civiltà  materiale raffinatissima, di cui restano  significative testimonianze  artistiche e architettoniche. La  conquista  romana  dell’Italia  meridionale iniziata nel  I  secolo a. C.  segnò  la fine  delle  colonie greche e  la  Skilletion  divenne un dominio  di Roma  col nome  di  Colonia  Minervia Nervia Augusta  Scolacium   ( 96-98 d. C. ) .  La fine  dell’impero romano d’occidente nel 476 d.C. , le incursioni arabe  e longobarde  spinsero gli abitanti  della marina  a  trovare luoghi più  sicuri ,nelle zone  interne  e collinose.  Così  nel corso del VI secolo  venne fondato  un luogo fortificato  che lo stesso Cassiodoro definisce “  Castrum quod Scillacium dicitur “ . Fino al Mille, sono secoli di grandi  sconvolgimenti  per l’Europa, per l’Italia e per la Calabria:  di grande disordine politico, di regressione demografica, di decadenza e spopolamento delle città e di  immiserimento delle attività economiche.  Ma intanto, lontano  dal clamore, nelle sue terre di  Squillace , Cassiodoro  fondava  il  Vivarium  e il Castellense, due centri culturali e religiosi  che  per primi in  un’Europa barbarica, riaccendono  l’amore  per lo studio e la cultura classica e cristiana. Nei secoli XI – XVI  Squillace  seguì  la sorte  delle terre meridionali  conquistate dai Normanni, dagli Svevi, dagli  Aragonesi e dagli Spagnoli: è questa l’età nella quale Squillace  diventa  centro  di  incontro di culture e di razze diverse: ebrei, arabi, monaci basiliani  e benedettini. Testimonianze  restano  nelle opere  architettoniche :  Il Castello normanno ( sec. XI ),  la  Cattedrale ( sec. XI ) poi distrutta  dal terremoto del 1783,  la Chiesetta gotica ( sec. XIV ) .  Nel 1500 Goffredo Borgia  diventa principe di  Squillace  e  dalla famiglia spagnola la città è tenuta  fino al 1735.  Il terremoto  del 1783 distrusse   la  Squillace medievale, della  quale  resta l’impianto urbanistico: un centro storico con una lunga e stretta  via  lungo i lati della quale si dispongono le case, vicoli  che conducono  alla parte più alta della cittadina, ovvero al castello, ecc…Oggi Squillace  fa convivere il passato con il presente, una realtà urbanistica  legata alla  conservazione  del  suo patrimonio e  aperta al futuro.  
 
La  ceramica di  Squillace
 
Le  origini della  ceramica squillacese  sono legate  certamente alla colonizzazione greca dell ’ VIII secolo, come attestano  i ritrovamenti  avvenuti nell’area archeologica di Skilletion.  Di sicuro  è il significativo  sviluppo della lavorazione dell’argilla tra gli abitanti di Minerva Scolacium.  La produzione  doveva interessare  in maniera abbastanza consistente  i  manufatti  di uso  domestico, dunque  funzionali  alle necessità  della vita  quotidiana.   La  nascita della Scillazio di età bizantina, intorno al V-VI secolo,  sulla  collina ove sorge l’odierna cittadina,  consente  la diffusione  della ceramica   artistica  e quindi una diversificazione del prodotto e una specializzazione dei vasai.  Gli abitanti del “ Castrum quod  Scillacium dicitur “  cavano l’argilla da  una vasta pianura in calcare  che fornisce non solo argilla  adatta  alla produzione di manufatti d’uso domestico ma anche argilla  particolarmente adatta all’ingobbio.  Proprio  l’Ingobbio, che è una particolare tecnica “ decorativa “ a graffio,  rappresenta  il codice identificativo della  ceramica squillacese;   la tecnica  ha  senza dubbio ascendenze bizantine, alle quali  si  uniscono elementi arabi e siciliani che  apportano originali motivi  decorativi che  ancora oggi  è possibile  riprodurre nelle botteghe degli artigiani.   Grande  sviluppo la ceramica di squillace  ebbe  al tempo della dominazione normanna ( sec. XI ) se è vero che  i maestri figulini ( vasai )  di Squillace  furono ceduti  alla Certosa di Serra San Bruno  da Ruggero il normanno.
In età medievale e moderna  lo sviluppo delle città e la ripresa degli scambi commerciali, con le numerose fiere,  fecero conoscere in tutta la regione  i prodotti ceramici squillacesi, tant’è che alcuni vasai, nel XV secolo, per la loro abilità, lavorarono presso la corte di Ferrante d’Aragona.   Uno studioso calabrese del ‘500, Giovanni Barrio  nella sua opera “  De antiquitate ed situ Calabrie “  esalta  la grande maestria dei  figulini squillacesi; ed è proprio tra il ‘500 e il ‘600  che  la produzione ceramica  di Squillace  acquista una rilevanza  anche  sotto il profilo  artistico, così che all’interno degli  stessi vasai  comincia la distinzione tra  “ pignatari “ , ovvero  artigiani dell’argilla che si dedicano in particolar modo alla produzione di materiale di uso domestico,  e  “  fajenzari “ ovvero  maestri vasai che  lavorano con grande competenza  tecnica  l’argilla,  ricavando  prodotti  artistici  di eccellente fattura, decorati con  motivi floreali  in stile orientaleggiante.   Alcune opere appartenenti a questo periodo  sono conservate nei musei di tutto il mondo,  a Faenza, a Rovereto,  la British Museum di Londra,  al Metropolitan Museum di New York ecc..    Oggi  la tradizione ceramica è animata da un gruppo di giovani ceramisti che, formatisi nel locale Istituto d’Arte,  sono  riusciti  a  diversificare la produzione, assecondando i gusti di una utenza che cerca sia il pezzo  foggiato  artisticamente, sia l’oggetto funzionale  ai bisogni quotidiani. 


Capo Colonna




Gli edifici di culto e le altre strutture sorgono sulla propaggine più settentrionale del promontorio, cinto a difesa sin dal IV secolo a.C. con un muro sviluppato su due lati fino a mare. Il lato ovest era munito di due torri quadrangolari e dell'accesso tramite una ampia porta a tenaglia, costruita in corrispondenza della via sacra (hierà odòs) che conduceva agli edifici di culto. Ciò che rimane visibile di tale fortificazione oggi è la fase di età romano-repubblicana costituita da un possente muro in opera reticolata poggiato su una base in opera quadrata realizzata in calcarenite che caratterizza la geologia del promontorio. Oltrepassata la porta si trovano, a destra e a sinistra della via sacra, due strutture, visibili in fondazione, dette edificio K a sinistra ed H a destra. Leggermente divergenti rispetto alla cinta muraria, i due edifici presentano delle planimetrie molto simili con ambienti realizzati intorno ad un cortile porticato. L'interpretazione di tali edifici è di strutture al servizio del santuario e la data di edificazione viene fissata dal Seiler nel IV secolo a.C. L'edificio K (38x34 m.) presenta l'accesso tramite la via sacra sul lato sud, su cui affacciava con un portico dorico proseguito anche lungo il lato est a forma di elle. Si tratta di un Katagogion, servito forse per ospitare le delegazioni per le riunioni della lega Achea. L'edificio H (26,30 x 29 m.), costruito anche esso attorno ad un portico, dispone di cinque ambienti per lato lungo i lati est ed ovest, e due per lato corto i lati nord e sud, per un totale di quattordici. Sul lato nord che affaccia sulla via sacra, vi erano una o forse due entrate decentrate che davano accesso al cortile. Gli ambienti di uguali dimensioni (4,74x4,75 m.) ospitavano sette klinai ognuno e tutta la struttura funzionava da grande Hestiatorion (sala per banchetti). Procedendo oltre lungo la via sacra sul lato destro si affaccia l'edificio B. La struttura è composta da un ambiente quadrangolare impiantato nel VI secolo a.C., che potrebbe essere il più antico luogo di culto dedicato alla divinità. In fondo alla cella è emerso un basamento in blocchi di calcare che forse reggeva la statua di culto o una mensa per le offerte. Dopo la fondazione del tempio maggiore l'edificio non venne demolito ma riutilizzato come thesauròs. All'interno dell'ambiente, abbandonato nel III secolo a.C., sono stati ritrovati degli avanzi del tesoro della dea, tra cui spiccano gli splendidi bronzetti arcaici (Gorgone, Sfinge e Sirena), prodotti in madrepatria, e una insolita offerta costituita da una barchetta nuragica di provenienza sarda. Il reperto più emozionante è però costituito da un diadema aureo databile al VI secolo a.C., con motivo sbalzato a doppia treccia, su cui sono stati applicati nel IV secolo a.C. rametti con foglie e bacche di mirto. La testimonianza dell'uso dell'oggetto in un arco cronologico così ampio potrebbe fare ritenere il diadema lo stesso della statua di culto, il cui aspetto venne aggiornato alla moda con il passare dei secoli. Alle spalle dell'edificio B, in posizione divergente rispetto alla via sacra, sorge il tempio maggiore o tempio A (la strada ha andamento nord-est sud-ovest, mentre il tempio è perfettamente orientato secondo la direttrice est-ovest).

Della struttura rimane ben poco, infatti, oltre alla citata colonna, alta 8.30 m. ed alla porzione di stilobate sotto di essa, il resto si ricostruisce grazie alle trincee realizzate dai manovali, soprattutto in periodo Aragonese, quando i blocchi dell'alzato e della fondazione furono impiegati nella costruzione del castello e del vecchio molo del porto di Crotone. La fase attuale risale ai primi decenni del V secolo a.C. e non si ha notizia di fasi precedenti poiché le fondazioni sono divelte dall'attività di cava. Il tempio, realizzato in calcare, presentava una peristasi dorica con sei colonne sulle facciate e, dubitativamente, 13 o 15 sui lati lunghi. La cella era probabilmente tripartita in prònao, naos e opistòdomo. Del resto della decorazione rimangono alcuni frammenti del fregio dorico e numerosi frammenti delle tegole. La particolarità di questo tempio è proprio la sua copertura con tegole marmoree, smontate nel 174 a.C. dal censore Fulvio Flacco, per essere portate a Roma. Una volta giunte nella capitale non si seppe più come rimontarle ed il senato optò per la restituzione alla divinità, offesa dalla sottrazione del suo tetto, ma oramai nessuno più fu capace di ricostruirlo. Pertinente alla decorazione del tetto è un acroterio centrale in marmo con decorazione a palmette e volute, ed alcuni frammenti scultorei frontonali o acroteriali, che costituiscono l'altra particolarità del tempio. Il frammento più pregevole è costituito da una testa femminile, purtroppo molto consunta, con inserti metallici a sottolineare le aperture oculari. A nord del promontorio si sviluppa l'abitato romano, la cui prima fase si data alla metà del II secolo a.C. Esso si stanzia nelle terre libere del santuario e si articola su due strade principali larghe 8,50 m. parallele alla via sacra quindi orientate nord-est sud-ovest, intersecate a vie minori larghe 2,50 m. E' stato riconosciuto un ambiente a carattere sacro da cui proviene un busto fittile femminile e due thymiateria di calcare. L'edificio a carattere pubblico più importante fino ad ora messo in luce è il complesso del balneum. Da uno degli ambienti è stato recuperato un mosaico decorato con una fascia esterna a meandro che cinge una seconda bianca con iscrizione di dedica dei duoviri Lucilius Macer e Annaeus Traso, che edificarono il complesso. Due fasce nere con fascia mediana decorata a cirri, incorniciano l'émblema con rombo centrale, decorato a scacchiera, inscritto in un quadrato, con quattro delfini negli spazi angolari superstiti. La prima fase del complesso, datata alla metà circa del II secolo a.C. è in opera quadrata, realizzata con blocchi più antichi recuperati dalle altre strutture del santuario. La fase che conferisce al complesso destinazione termale è quella dei censori sopra citati, che, tra l'80 e il 70 a.C., vollero la ristrutturazione e la destinazione del complesso. La fase di decadenza e il progressivo abbandono dell'abitato del Lacinio inizia probabilmente dopo l'assedio di Sesto Pompeo nel 36 a.C., nella cui occasione viene forse costruito il peribolo in reticolato del promontorio, a scopo difensivo. Gli anni successivi, di progressiva decadenza, spingono gli abitanti a tornare ad occupare gli spazi dell'antica città greca e ad abbandonare il sito sul promontorio. Verso la fine del I secolo a.C., sull'estremità nord est dell'abitato, viene edificata una domus.


Le Castella




Una piccola isola posta a poco più di cento metri dalla riva ospita un'affascinante castello, eretto presumibilmente nel XIII secolo per controllare e difendere l'intero territorio. Questa struttura faceva parte di un apparato difensivo, che ebbe un ruolo fondamentale durante l'invasione turca in Calabria, costituito da un sistema di fortificazioni: da qui il nome Le Castella. Plinio nella sua Naturalis Historia, narra di diverse isole attribuendole anche dei nomi: l'isola dei Dioscuri, l'isola di Calipso, e infine Tiris, Meloessa e Eranusa. All'interno del castello si scorgono dei massi quadrati calcarei risalenti al periodo greco, VI sec. A.C. e, sul lato est, gli stessi sono posti in opera con una tecnica, detta "a scacchiera", che ricorda quella utilizzata per la costruzione del muro ellenistico di Velia. Le ultime indagini archeologiche hanno infatti evidenziato, nei fondali adiacenti il castello aragonese, la presenza di blocchi architettonici di epoca ellenistica, lasciando intuire che tutta l'area di Le Castella doveva essere una volta molto più allungata verso il mare. Oltre a quella greca il castello presenta inoltre, in maniera esigua tracce di muratura romana. Protesa sulle acque limpide, ospita anche una riserva marina che offre bellissimi spettacoli naturali e preserva l'ambiente della zona. La costruzione attuale che sovrasta l'isolotto rimasto è opera degli Aragona che sul finire del XV secolo realizzarono e potenziarono il sistema difensivo del Regno di Napoli per difenderlo dalle incursioni arabe provenienti dal mare. La struttura fu impostata su due nuclei di difesa. Il primo, andò a sfruttare alcune strutture preesistenti sull'isolotto. Il secondo, con funzioni di mastio, fu creato ex novo sul bassofondo antistante. La fortezza appare in pianta irregolare, probabilmente costruita intorno ad una preesistente fortificazione angioina, al suo interno è presente ancora una torre cilindrica di avvistamento che si erge più alta. Non ospitò mai la nobiltà del luogo, ma servì sempre da ricovero per i soldati impegnati contro gli attacchi provenienti dal mare dagli invasori di turno. Si trovano, infatti i resti di un piccolo agglomerato urbano, una sorte di piccolo villaggio con botteghe e mercati dove gli abitanti si riunivano per acquistare e scambiare merci. All'interno del borgo rimangono i ruderi della chiesetta, denominata Cappella del Borgo,costruita durante il periodo aragonese, unico luogo di culto per i soldati e le loro famiglie. La torre cilindrica che svetta centralmente all'interno della fortezza è di chiara derivazione angioina e ne testimonia l'impianto originario che dovrebbe risalire al XIV secolo. La torre angioina è caratterizzata da una splendida scala a chiocciola in pietra che ne collega i tre piani. Verso la fine del XV secolo la fortezza di Le Castella passò in mano aragonese. Nel 1496 il re Federico d'Aragona la consegna al conte Andrea Carafa che tra il 1510 ed il 1526 fa edificare possenti bastioni quadrangolari speronati al fine di aumentare la capacità difensiva del castello. Quelle degli angioni ed aragonesi sono le modifiche più importanti del castello, oggi ben visibili grazie ad una paziente opera di restauro. L'intera zona di Capo Rizzuto si posiziona al centro della bellissima Costa dei Saraceni, interessata da una frequentazione turistica tra le più elevate della Calabria, sia per il valore paesaggistico ed ambientale delle coste, sia per la ricchezza di risorse culturali ed archeologiche.